Giornata della Memoria: visitare il Ghetto di Venezia



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Il 27 gennaio in Italia si ricorda lo sterminio degli ebrei, più tristemente noto come Olocausto.

Venezia fu la prima città europea, molto prima delle terribili vicende della seconda guerra mondiale, a emarginare gli ebrei, a relegarli nel “ghetto”.

Storia amara, ma mai da dimenticare.

Un viaggio può servire anche a questo. Eccone il percorso.


Venezia, un’isola con due soli ponti di accesso: qui nel 1516 il Senato veneziano “rinchiuse” gli ebrei della città.

Era il primo Ghetto (dal talmudico Ghet, cioè separazione) della storia. Oggi ha conservato ancora molti aspetti originali, come la pèiazza su cui si affacciano ben cinque sinagoghe.

Siamo nel quartiere di Cannaregio, non lontano dalla stazione di Santa Lucia.

Una zona lontana dai grandi itinerari di massa, dove si respira ancora il profumo della Venezia antica. Era la zona dove abitava il grande Jacopo Tintoretto.

La parola “ghetto” evoca un’idea, ormai universale, di persecuzione e limitazione delle libertà individuali.

Pochi sanno però che il ghetto che diede il nome a tutti i ghetti, ebraici e no – anche l’unico ancora intatto – è il Ghetto di Venezia.

Qui, in queste poche centinaia di metri quadri nel cuore del sestiere Cannaregio, su un isolotto ben controllabile attraverso due soli accessi, gli ebrei veneziani furono obbligati a risiedere per quasi tre secoli, senza potere uscire di notte e durante le feste cristiane: tollerati ma segregati, vilipesi ma, in un certo senso, anche protetti.

La decisione di chiudere gli ebrei in un Ghetto fu presa come detto nel 1516 dal Senato veneziano e fu cancellata dai soldati francesi nel 1797.

Tre secoli in cui gli ebrei veneziani lavorarono e pregarono, pagarono molte tasse e si moltiplicarono (nel Seicento erano 5 mila).

E oggi? Da simbolo di reclusione, il Ghetto è diventato un simbolo della necessità della tolleranza, un angolo di una Venezia diversa, che impressiona chi la visita.

Basta valicare il bel PONTE DELLE GUGLIE, sfilare accanto a un ristorante kosher e infilarsi sotto il malconcio sottoportico del GHETTO VECCHIO.

In pochi passi già si sbuca nel Campiello delle Scuole, dove s’affacciano le uniche due sinagoghe ancora in funzione: la Scuola Levantina e la Scuola Spagnola, cui mise mano il grande Baldassarre Longhena.

Da qui si prosegue fino al Campo del Ghetto Nuovo, dove si trovano il nuovo MEMORIALE DELL’OLOCAUSTO, l’insegna del Banco Rosso (uno dei tre banchi di pegni gestiti dagli ebrei) e poi la Scuola italiana, la Scuola Canton e la Scuola Grande Tedesca, la più antica sinagoga d’Europa.

Quest’ultima ospita il MUSEO EBRAICO, dove si ammirano menorah, ketubbot (contratti di matrimonio) e i parokioth ricamati destinati a nascondere i rotoli dell’Arca. Solo vent’anni fa le sinagoghe cadevano a pezzi, ora sono splendidamente restaurate e hanno riacquistato il loro antico fascino e splendore.

Senza dimenticare le tragedie del XX secolo, le sole campagne razziali del 1938 esclusero dall’impiego e dalle scuole i 1.471 ebrei veneziani, proibendo loro persino le spiagge del Lidi.

Sulla porta dell’Harry’s Bar apparve una scritta: “ingresso vietato ai cani e agli ebrei”.

Molti fuggirono via. Ma non tutti ci riuscirono. Un brutto giorno le camicie nere irruppero nella Casa di riposo e portarono via duecento fra vecchi, donne e bambini, e li caricarono sui treni piombati: solo in sette sarebbero tornati.

A ricordare la tragedia nel Campo del Ghetto Nuovo esiste un BASSORILIEVO MEMORIALE DELL’OLOCAUSTO: l’artista lituano Arbit Blatas ha rappresentato gli ebrei privi di volto diretti nelle camere a gas, rispetta tempo il divieto ebraico  la figura umana.

Oggi la comunità israelitica veneziana è limitata a circa 500 persone, sparse tra Venezia e Mestre. Nel Ghetto vero e proprio vivono pochissime famiglie ebraiche.

Ci sono poi un forno per cuocere le àzzime, un asilo della Comunità, un negozietto di artigianato ebraico dove si trovano splendide lampade Hanukah; nel Campo del Ghetto è sorta una scuola rabbinica dove giovani ebrei, molti arrivati dall’America, studiano il Talmud.