Il museo dell’olio di Loreto Aprutino



Più volte da questo blog abbiamo segnalato la presenza sul territorio italiano di musei strani, particolari, che raccolgono e custodiscono oggetti più disparati: giocattoli, invenzioni curiose, opere pittoriche e sculture raffinate e rare, e tanto altro ancora. Ma è la prima volta che parliamo di un museo che conserva ed espone olio. Ad ospitarlo è un piccolo comune abruzzese: Loreto Aprutino. Questo bellissimo paese, nel cuore delle colline pescaresi, da oltre due millenni ha legato inscindibilmente la sua storia all’ulivo e all’olio: le più antiche testimonianze locali di produzione olearia risalgono infatti all’epoca romana.

Nell’Antiquarium Comunale “Antonio Casamarte”, tra i preziosi reperti esposti di epoca vestina (italico-romana), balzano agli occhi i resti di un torcularium, ovvero di un trapetum oleario di epoca romana, così come descritto da Catone il Censore e da Piinio il Vecchio. C’è un filo conduttore che lega questo primo trapetum ai quattordici frantoi che oggi sono in funzione nella cittadina: quello di una ininterrotta vocazione prettamente agricola dei loretesi, in particolar modo alla sapiente arte di produrre un eccellente olio extravergine d’oliva.

Gli antichi Statuti e Capitala della cittadina hanno ribadito nei secoli l’importanza del ruolo della produzione di olio per la città, riportando notizie sulla franchigia dalle gabelle per quello esportato. Non a caso l’emblema dell’Università di Loreto (l’antica amministrazione locale) mostra due colombe che reggono nel becco un ramoscello di ulivo.

Gli stessi loretesi, peraltro, fra loro e dai paesi vicini si definiscono e vengono chiamati culiunde, cioè “sederi unti”, per sottolineare con quello humour corrosivo e autoironico così tipico degli abruzzesi, quanto importante e diffusa fosse la produzione e la specializzazione olearia di questa comunità. Il Museo dell’Olio è stato allestito nell’ex frantoio Baldini-Palladini, divenuto, grazie a un accurato restauro, allo stesso tempo museo e contenitore di un museo.

Il percorso della visita, articolato su due livelli, segue il ciclo della produzione dell’olio, partendo dal piano superiore in cui avveniva l’ammasso delle olive; nello spazio adibito a spanditoio si concentra l’esposizione dei pezzi, suddivisi per funzioni, forme, materiali quali le latte, gli orci, le bottiglie, i friscoli.

Sono anche esposti i manifesti e gli altri materiali pubblicitari realizzati in occasione delia Fiera di Parigi da un designer d’eccezione che progettò anche i contenitori per l’olio e gli espositori: Francesco Paolo Michetti, amico di Raffaele Baldini-Palladini.

Scendendo al piano terra, e passando per il cosiddetto “inferno”, si entra nella macchina produttiva, il frantoio vero e proprio, dove coesistono due cicli produttivi di epoche differenti: al centro quello più antico a trazione animale, composto dalla mola olearia ricostruita utilizzando tutti gli elementi di pietra originali, e dal monumentale torchio in legno a tre viti.

Lungo il perimetro sono disposte secondo la collocazione originaria le macchine del frantoio novecentesco oleo-dinamico, uscito dalle fonderie Mari di Lanciano. A fine percorso si entra in un’ultima sala, ricavata nella stalla del palazzo, organizzata per la degustazione dell’olio ma anche come punto vendita e bookshop.

Le sale espositive di questo museo fanno parte della storia di una comunità e aiutano a esaltare il valore intrinseco di ogni singolo oggetto. Le vetrine infatti sono state realizzate con luci e cristalli per rendere vetrina stessa gli spessori delle arcate dell’antico locale con soffitto a volte; nella scelta espressiva è stato rispettato così il prezioso dato architettonico originale.