I pupi del presepe salentino

Nel Salento la lavorazione e produzione dei pupi è figlia di un’altra arte, quella della cartapesta, che qui ha una tradizione secolare. La lavorazione dei pupi e la presenza dei pupari, si riscopre puntualmente alla vigilia delle festività natalizie.
La laboriosità artistica e l’identificazione etnica dei pupi-personaggi nel presepe sono messi da parte e lasciano il posto a soggetti verificabili nel contesto della quotidianità locale, a figure realmente esistenti o esistite, riprendendo atteggiamenti e mestieri non fantasiosi, ricalcano quindi già quanto accade a Napoli, dove i pupi del presepe hanno sembianze di personaggi legati all’attualità.

Quanti anni sono passati dal primo pastore del presepe salentino? Quale modello riproduceva? Fu realizzato per un culto pubblico o per soddisfare un’esigenza estetica più domestica? Purtroppo
sono quesiti senza risposta; ed è proprio la mancanza di una documentazione in tal senso, di un archivio dal quale attingere tali curiosità, di un assetto museografico delle numerose “matrici” dei pupi (che ci consentirebbero di rilevare le diverse lavorazioni) che non ci permettono di risalire alle origini.

Probabilmente la nascita dei pastori del presepe porta la firma degli antichi barbieri leccesi. Questi, nei giorni in cui il lavoro ristagnava per mancanza di clienti, modellavano figurine in terracotta.
Se non avevano per le mani chitarre o mandolini, muovevano le dita su un tozzo informe di creta, dando vita quasi per magia ad angeli, cammelli, madonne ed asinelli oppure riproducevano, in forme caricaturali, le personalità più in vista della politica, della cultura o eminenti professionisti locali dell’epoca.

Le loro “bvotteghe” erano concetrate a Lacce nell’attuale via A. Grandi, altre se ne trovavano in via Umberto I, all’incrocio con via Templari, presso la Chiesa dei Teatini, alla piazzetta Vittorio Emanuele e, qualcuna, nei rioni più popolari.
Modellavano con fervore, all’approssimarsi del periodo natalizio, quelle figurine senza eccessive pretese artistiche che, indurite poi dal sole al quale, indifferentemente, si chiede di biscottare i fichi per l’inverno, la pasta di puro grano lavorata a casa, una scodella di conserva di pomodori, un bucato, sarebbero state ambite soprattutto dai bambini ai quali, certamente, erano destinate.

Forme evidentemente meno raffinate di quelle in cartapesta con le quali si cimentarono in un secondo momento; abbozzi di figure rese più reali dal fatto che nella loro semplicità si identificavano con la gente comune, umile, la stessa gente che ancora oggi apprezza e ama il Natale.