Leggende delle Marche

Leggende delle Marche

La leggenda della sirena Mitì

Le Marche, regione del Centro Italia, vanta una tradizione popolare ricchissima di straordinarie leggende, oltre che un luoghi e paesaggi incantevoli. La più conosciuta e famosa è sicuramente è quella intitolata “la sirena”. Quando il sole tramontava, sulla spiaggia di un paesino della costa vicino ad Ancona era solita osservare il tramonto Mitì, la più bella ragazza del paese. Mitì cantava e guardava il mare, in attesa di qualcuno. Chi mai attendeva Mitì? Dovete sapere che Mitì, figlia di un povero pescatore, aveva fatto tempo prima uno stranissimo sogno.

Le era sembrato, nel sogno, di veder venire dall’alto mare una piccola barca guidata da un bellissimo giovane. Giunto a riva, il giovane le aveva detto con un bel sorriso: “vieni via con me, mia sposa”. Questo sogno la piccola Mitì non l’aveva mai dimenticato. Per questo sulla spiaggia, ella attendeva sempre che il sogno si tramutasse in realtà. Ed attendendo, cantava con voce melodiosa una strana canzone che nessuno comprendeva.

Invano i giovani del paese le rivolgevano dolci parole, chiedendole di diventare loro sposa. “Tua sposa?” rispondeva Mitì a ciascuno di loro “perché dovrei sposarti se il giovane che io attendo è molto migliore di te?”. I giovani del paese umiliati non si fecero più vedere. Alcuni, anzi, si imbarcarono per terre lontane e non dando più alcuna notizia. Nel frattempo Mitì non si stancava di cantare, e attendeva, attendeva sempre.

Finalmente una sera, una barchetta apparve all’orizzonte. Mitì trepidò di gioia. “Oh, eccola! È la barchetta del mio sogno”. Sulla barca, difatti, c’era un baldo giovane, un forte marinaio dai capelli neri. Come fu vicino, Mitì gli corse incontro e provò ad abbracciarlo. “Benvenuto mio sposo! Se sapessi da quanto tempo ti attendo!”. “Ti sbagli fanciulla” rispose serio il giovane “io sono forestiero. Non sono venuto per te ma per Azzurrina, che sarà mia moglie. Eccola, la vedi?”. Mitì vide infatti una bellissima fanciulla che avanzava leggera verso il giovane. I due si salutarono teneramente, poi il giovane straniero fece salire Azzurrina sulla barchetta. Mitì era impietrita dal dolore. Quando la barca cominciò ad allontanarsi scoppiò in un pianto ed, entrata nell’acqua, cominciò a seguirla, nuotando. La barca, però, scivolava veloce e ben presto Mitì la perse di vista. Tuttavia non cedette e continuò a nuotare fino a tarda notte.

Allora, pur non cessando di nuotare, Mitì continuò a cantare la canzone della sua lunga attesa che ora era diventata il triste richiamo al suo perduto bene. Da allora, in paese, non si seppe più nulla di Mitì. Ma qualcuno assicurò di aver visto, al largo, una strana fanciulla dai capelli verdi, dal corpo rivestito di squame. Inoltre, di aver udito tra le onde una canzone melodiosa. Mitì si era trasformata in una Sirena.

Le pere di Pirro

La leggenda narra di un povero contadino della Valle del Tronto, il quale altro non possedeva che un piccolo pezzo di terreno. Il lavoro era tanto, ma i frutti davvero pochi e a stento riusciva a sfamare la sua famiglia. La maggior parte dei frutti provenivano da tre alberi di pero, che durante l’inverno si presentavano come piante rinsecchite, ma con l’arrivo della primavera, prima si coprivano di fiori stupendi, poi si caricavano di frutti grandi e succosi. Il contadino raccoglieva questi stupendi frutti per venderli al mercato. Erano così buoni che andavano a ruba e garantivano al contadino il guadagno necessario per comprare il grano per l’inverno. Un anno, al momento del raccolto, il contadino si accorse che qualcuno rubava i suoi frutti, unica sua ricchezza. Un furto che avveniva di notte, quando il povero uomo, si riposava dopo le fatiche della giornata di lavoro. Era disperato, perché senza quelle pere non poteva mantenere la sua famiglia.

Pirillo, uno dei figli del contadino, di soli 10 anni, disse al padre: “Babbo, stanotte farò io la guardia. Vedrai che scoprirò il ladro”. Al tramonto il bambino, molto agile e furbo, si nascose fra i rami più alti di uno degli alberi. L’attesa era snervante, ma all’improvviso Pirillo vide avanzare una strana figura: era una strega. Un’orribile donna con la barba d’un caprone e le zanne di un cinghiale. La strega non accortasi della presenza del bambino allungò la mano per cogliere un frutto, ma Pirillo, con un gesto fulmineo le tagliò la mano con la roncola che aveva portato con sé. La strega urlò dal dolore e dopo, con voce supplicante disse a Pirillo: “Dammi una pera, ragazzino, una pera soltanto”.

E Pirillo, di rimando: “Ne hai già rubate tante, vattene!”

“Se non mi dai una pera” minacciò la strega, “scuoterò l’albero fino a farti cadere!”

Pirillo scoppiò in una risata: “Provaci, se sei capace!”

Allora la strega cominciò davvero a scuotere il pero e con tanta forza che Pirillo finì per piombare a terra ai piedi della vecchia. Questa, in un attimo, lo afferrò, lo legò stretto al suo grembiule e, montata a cavalcioni su una scopa, volò veloce fino a casa sua, in una capannuccia fra i boschi.

“Eccoci qua! Ora, invece delle pere, mangerò te!” esclamò la vecchia con voce stridula. Pirillo era terrorizzato. L’orribile strega accese il fuoco nel camino e vi mise sopra un enorme paiolo colmo d’acqua. Quando l’acqua bolliva, Pirillo disse alla strega: “Slegami, almeno, e fammi spogliare. Non vorrai mangiarmi con tutti i vestiti?!”.

La vecchia approvò, slegò il fanciullo, poi brontolò minacciosa: “Ora, spogliati, su, che l’acqua è già pronta”.

Mentre Pirillo fingeva di spogliarsi, si volse al paiolo e lo scoperchiò. Fu un attimo: Pirillo si lanciò sulla strega, la afferrò per i piedi e la capovolse nell’acqua bollente, nel paiolo dovere avrebbe dovuto finire lui. Il ragazzino così si salvò e tornò a casa vittorioso, anche se passarono diversi giorni prima di rivedere la sua famiglia, dato che la cascina della strega era molto lontana, immersa nella fitta vegetazione del bosco.

Il fabbro di Fabriano

Lo stemma della cittadina di Fabriano ha al centro la figura di un fabbro che batte il ferro sull’incudine. Perché proprio questa figura e cosa rappresenta? Si narra che tantissimi anni fa, un abile artigiano del posto, che aveva la fucina sotto un ponte, vicinissima ad un fiume, lavorava il ferro come nessun altro al mondo. Aveva tantissimi clienti e tra i tanti vi erano anche due fratelli, soliti commissionare al fabbro tantissimi lavori. Ma, i due fratelli non potevano proprio vedersi, tanto da vivere uno nel quartiere di Poggio e l’altro in quello di Castelvecchio.

Non si incontravano mai, ma erano soliti chiedere al fabbro: “Che cosa dice mio fratello di me?”. Il fabbro rispondeva alla domanda, che entrambi ponevano, sempre nello stesso modo: “Tuo fratello mi ha parlato molto bene di te!”. Un giorno, però, i due fratelli si incontrarono sul ponte e non poterono fare a meno di litigare. La tensione era così alta che i due decisero addirittura di sfidarsi a duello. La gente, richiamata dalle urla dei due, accorse nei pressi del fiume, vicino la bottega del fabbro.

Il fabbro esclamò: “Che fate messeri? Per l’amor di Dio, ricordatevi che siete fratelli!”

La ragione illuminò i due ragazzi: “perché dobbiamo ucciderci, perché dobbiamo continuare ad odiarci?”. Queste le parole che uscirono dalla bocca di uno dei due. Commossi si abbracciarono forte, una cosa che non facevano ormai da anni.

In memoria di quella riconciliazione, gli abitanti di Fabriano scelsero la figura del buon fabbro per decorare lo stemma della loro città. Stemma che è rimasto fino ad oggi.

La fattoria delle streghe

Nella provincia di Ancona, su di una altura, sorge una piccola frazione, precisamente nel comune di Monte Roberto, dal nome Pianello Vallesina. Il borgo conta poco più di 2000 anime, diventato famoso per la presenza di un luogo a dir poco pauroso: l’Osteria delle streghe.

La leggenda narra che una notte, era una fredda notte di inverno, un uomo vide in cima all’altura tre piccole fiammelle, che pian piano si avvicinavano alla sua casa. La curiosità era tanta e armatosi di coraggio l’uomo uscì dalla sua umile dimora per capire cosa stava succedendo. Una volta fuori le tre fiammelle, che aveva visto attraverso i vetri di casa sua sparirono nel nulla e tre bellissime fanciulle, dall’aria misteriosa, apparvero sotto i suoi occhi. Infreddolite, chiesero ospitalità all’uomo, il quale non esitò un attimo nel farle entrare: caricò il fuoco con tanta legna e offrì loro del cibo. La grande gentilezza dell’uomo colpì le tre donne, tanto che decisero di rivelarsi nella loro vera identità: dissero all’uomo che erano tre streghe. Non erano cattive, così decisero di ringraziare l’uomo esaudendo un suo grande desiderio.

L’unico desiderio del pover’uomo era quello di avere cibo in abbondanza per sfamare i tanti viandanti, che in quel tempo passavano di lì. Anche questa risposta lasciò basite le streghe, per quella che era la grande bontà d’animo dell’uomo. Le tre magiche donne lo accontentarono: la dispensa della casa iniziò ad arricchirsi di cibo e le donne svanirono nel nulla. Il cibo aumentava ogni giorno, così l’uomo riuscì a sfamare sempre più gente, tanto da diventare famoso anche nei paesi limitrofi. La sua casa fu ribattezzata come Osteria delle Streghe, un luogo che ancora oggi esiste e che è meglio conosciuto come Collina delle streghe. Oggi è una fattoria-agriturismo, che offre molteplici servizi. Desideri una vacanza all’insegna del mistero? Alloggia in questa particolare e famosa location, così da entrare nel vivo nella tradizione popolare marchigiana e, al contempo, regalare ai propri occhi uno scenario davvero suggestivo, unico.

Collina delle Streghe: per una vacanza ricca di mistero

La grotta dell’infinito

Un’altra bellissima leggenda marchigiana narra che presso la Badia di San Vittore, un tempo lontano, vivessero due giovani innamorati. I due provano sentimenti davvero forti l’un per l’altra e viceversa, ma il loro amore era ostacolato dalle reciproche famiglie. Un amore destinato a non spiccare mai il volo verso la piena felicità.

Badia di San Vittore

Infatti, le famiglie in ogni modo, con ogni mezzo e con inganni avevano da sempre ostacolato l’amore dei due giovani innamorati. Ma, come si dice, “al cuor non si comanda”, così disperati e innamorati più che mai, i due ragazzi decisero di fuggire. Nel silenzio di una notte abbandonarono le loro abitazioni e si rifugiarono presso il Monte della Valle per nascondersi nella fitta vegetazione dei boschi. Trovarono una grotta e lì si accamparono. Una grotta che si trasformò nel loro nuovo nido d’amore, dove niente e nessuno poteva ostacolare i loro forti sentimenti.

Una sera, però, vero l’imbrunire, la giovane svenne all’interno della grotta e quando si risvegliò aveva le sembianze di una capra. Spaventata corse dal suo innamorato e dopo avergli spiegato l’accaduto (erano state delle forze demoniache a trasformarla), lo salutò e scappò via lontano, attraverso una fenditura della grotta. Ma, l’amore che il ragazzo provava per lei era così forte, che lo portò a cercare la sua amata in lungo e in largo, per tre giorni e tre notti di fila. Niente, della ragazza nemmeno l’ombra. Stanco e senza più forze, cadde e batté la testa su di un masso. Il malefico sortilegio colpì anche lui e si trasformò in una pietra posizionata proprio all’ingresso della grotta.

La leggenda narra che ogni sera, al calar del sole, una capra esce dalla grotta correndo e il suo lamento si sente per tutta la vallata, facendo tremare ogni essere vivente e il sibilo del vento sembra un sogghigno di una misteriosa forza oscura, malefica.

 

 

 

 

Dettagli Mariano Cheli

..."sentirsi liberi attraverso le parole"... Studente in giurisprudenza amante della scrittura. Adoro giocare con le parole e amo informarmi e scrivere in merito a svariati argomenti. Inoltre, amo il mio Paese e giorno dopo giorno cerco di conoscerlo sempre più a fondo e, attraverso la scrittura e il web, presentarlo a quante più persone possibili, sotto molteplici sfaccettature.