Quattro castelli d’incanto sulle colline pesaresi

Quattro castelli d’incanto sulle colline pesaresi
  
  

Meta capace di soddisfare le aspettative più disparate con i suoi musei e le sue spiagge a un passo dalle comodità del centro, con la tipica cucina marinara che rimane impressa negli archivi sensoriali del forestiero ben oltre lo spazio di un soggiorno ed eventi di primo piano che ne riempiono costantemente le vie e ne fanno abitato vivissimo: è Pesaro. Quella adriatica è in effetti città dai mille volti, e forse – magari in vista di un prossimo week end – potrebbe risultare interessante dare un’occhiata all’articolo Pesaro cosa vedere.

In pochi sanno tuttavia che la meraviglia del luogo non si esaurisce entro le mura cittadine: splendidi sono i castelli posti a guardia della città. Allora non ci resta che scoprirli, questi abitati minuti, e attaccare il nostro piccolo tour per gli antichi borghi murati di Novilara, Candelara, Fiorenzuola di Focara e Casteldimezzo.

Novilara

  
  

Il primo borgo che si incontra venendo da sud è Novilara, pigro paesello di qualche centinaio d’anime ficcato nel mezzo di una natura rigogliosissima e accarezzato qualche chilometro più a est dal Mare Adriatico. In verità la sua attrattiva più sorprendente, una poderosissima rocca-torre che si slanciava per oltre quaranta metri dal suolo a solleticare il cielo, è andata perduta nella prima metà del ‘700, crollata su se stessa per incuria. Ma se è vero che dell’edificio capace di far schiudere di stupore le labbra degli antichi visitatori non restano che poche pietre e qualche ricordo stampato su carta, è altrettanto vero che il fascino non ha mai abbandonato questa terra amministrata un tempo dal celebre Baldassarre Castiglione. E’ il fascino inquieto della storia, di una storia intrisa di mistero: risale al 1860 la scoperta della prima delle famose stele di Novilara, un rinvenimento che raccontò al mondo di una comunità dimenticata, persa negli abissi del tempo, di un popolo di navigatori ancora oggi sconosciuto, le cui origini sono da far risalire a circa un millennio prima della venuta di Cristo: la civiltà novilarese.

Candelara

Pochi chilometri più a ovest, inerpicandosi per tortuose strade collinari, si giunge a Candelara. Il borgo, ancora racchiuso entro possenti mura, deve la sua fama recente alla manifestazione Candele a Candelara, un mercatino natalizio davvero peculiare e visitato ogni anno da decine di migliaia di curiosi provenienti da tutta Italia. Non che questo incantevole abitato, perfettamente fuso con il paesaggio circostante, difetti in fatto di eventi storici: fu Candelara a dare rifugio nel 1176 a Federico Barbarossa dopo la, per lui disastrosa, battaglia di Legnano. E fu sempre Candelara a vedere il giovane Federico da Montefeltro entrare a pieno titolo tra i più grandi condottieri della storia: proprio qui infatti Francesco Sforza affidò con tanto di cerimonia solenne il comando del proprio munitissimo esercito al Signore d’Urbino.

A parte l’imponente torre dell’orologio, cartolina ai più ben nota, è interessante notare la presenza di una Pieve (dedicata a Santo Stefano) edificata tra il VI° e l’ VIII° secolo  dall’insolita pianta a croce greca che, con tutta probabilità, fu sede del primo nucleo abitato del territorio. Per chi volesse scoprire il borgo di Candelara da un’altro punto di vista, ricordiamo l’evento delle Candele a Candelara che si ripete ogni anno.

Fiorenzuola di Focara

Per raggiungere Fiorenzuola è necessario tornare sulla via principale, superare Pesaro e imboccare la strada panoramica che conduce alle terre di Romagna. Già per la via, specie nelle terse giornate estive, il visitatore comincerà a farsi un’idea del perché questo antico borgo goda dell’appellativo di Perla dell’Adriatico. In tutta evidenza il panorama da queste parti è un vero e proprio incanto: da una lato una campagna floridissima chiusa all’orizzonte dalle alture assieme splendide e aspre del Montefeltro, dall’altro l’azzurro del mare che se ne sta duecento metri più giù, in uno strapiombo vertiginoso, e che gradatamente assume una tinta appena più slavata per divenire cielo.

E’ bello passeggiare in questo paesello dai tratti medievali, osservarne i tre bastioni ancora intatti, la cinta muraria pentagonale e la meravigliosa porta d’accesso, porta per la quale la rumorosa modernità non è ancora riuscita a penetrare. Da non perdere la spiaggia, raggiungibile attraverso alcuni sentieri, che viene annoverata dai tipi Skyscanner tra le quindici più belle d’Italia.

  
  

Casteldimezzo

Casteldimezzo, artigliata al suo sperone roccioso appena un po’ più a nord, è in piccolo la fotocopia di Fiorenzuola: lo sguardo è puntato sul medesimo incanto. Ed è proprio questa somiglianza, assieme alle modeste dimensioni, a relegare questo magnifico luogo in secondo piano rispetto allo scomodo vicino.

Tuttavia Casteldimezzo possiede un tesoro unico: è un leggendario e veneratissimo crocifisso conservato presso la chiesa locale e che prende il nome di Crocifisso venuto dal mare.

La scultura lignea, attribuita a Iacobello del Fiore e Antonio di Buonvicino, fu l’unico superstite di un mercantile che nel ‘500 fece naufragio dalle parti del terribile fazzoletto d’acqua tra Casteldimezzo e Fiorenzuola, un tratto di Adriatico che secondo Dante Alighieri non lasciava altra speranza ai naviganti se non nella preghiera.

Ebbene, il crocifisso approdò sulla spiaggia esattamente a metà strada tra i due paesi. Venne caricato su un carro dai pescatori del luogo, ma al momento di decidere quale edificio sacro avrebbe dovuto offrir lui ospitalità, le genti di Casteldimezzo e Fiorenzuola presero a suonarsele di santa ragione. Furono i buoi, forse guidati dal volere divino, o forse stanchi dell’attesa, a mettersi in cammino e raggiungere la chiesetta dove ancora oggi la pregevole opera viene conservata.

Al Crocifisso venuto dal mare vengono attribuiti svariati miracoli di cui il più celebre è datato 1517 e lo vuole come salvatore della stessa Casteldimezzo. Il castello, si dice, era stato preso d’assedio da oltre settemila fiorentini, fiorentini inferociti per la sconfitta inflitta loro dalle truppe di Francesco Maria Della Rovere. Le genti di Casteldimezzo fecero del loro meglio per resistere, ma le forze in campo erano di misura davvero troppo differente. Allorché andarono esaurite le scorte idriche, il castellano chiamò a raccolta la popolazione per  tentare l’ultima carta: domandare misericordia al naufrago di legno. La leggenda, leggenda che affonda le proprie radici nella storia, racconta di una fonte d’acqua rinvenuta la sera stessa entro il perimetro murario che permise a Casteldimezzo di posticipare la resa di un paio di giorni, un tempo che si rivelò sufficiente per vedere l’arrivo dei vessilli gialli e blu delle salvifiche truppe d’Urbino.