La “pizzica-pizzica”, il ballo del Salento

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La Taranta, il cui nome scientifico è Lycosa tarentula, è un ragno a cui si attribuisce una velenosità i rispetto a quella reale, ma soprattutto è la sua puntura che crea fastidio e che porta, secondo un’antichissima tradizione popolare, alla pazzia, all’isterismo. Da qui il fenomano del Tarantolismo o Tarantismo, una sorta di follia collettiva che travolge i partecipanti ad un rito quasi liberatorio, come un esorcismo. Oggi questo fenomeno è ridimensionato e il termine Tarantismo si associa prevalentemente alla manifestazione folcloristica della “Pizzica“, nome che serve a indicare appunto il morso della Taranta. La “Pizzica” è un fenomeno di costume salentino, anzi si può dire che tarantismo e “Pizzica” sono due facce della stessa medaglia. Le piazze del Salento, in particolare quelle della Grecìa salentina, sono soprattutto in estate ricche di manifestazioni che ripropongono i suoni e le danze popolari.


“Suona e canta che ti passa” lo dicevano i vecchi per spiegare che tristezza e malinconia trovavano, e trovano per fortuna ancora oggi, la loro fine nella musica, nel canto, nella danza. E il Salento, un tempo terra di dolore e di sfruttamento, abbonda di espressioni musicali di vario genere che accompagnavano i momenti della vita.

La danza popolare caratteristica di tutta l’area salentina era ed è la «pizzica-pizzica». Nella società contadina, questo era l’unico ballo consentito perché gli altri inducevano ad abbracciare la donna, e ciò era considerato dalla cultura dominante un fatto provocatorio e scandaloso.
Ma la «pizzica-pizzica» era condotta su di un ritmo musicale sostenuto da tamburelli e tammorre così coinvolgente ed era accompagnata da una gestualità così ammiccante che anche se i ballerini non si sfioravano mai, pure tra i due si sprigionava una forte carica sessuale. L’uomo saltellando a piccoli passi, battendo le mani e facendo schioccare le dita, si preparava alla ronda attorno alla donna, ronda che mirava alla sua conquista e al suo possesso. Egli allargando e stringendo le gambe si avvicinava alla ballerina, la sfiorava, la urtava con una spalla per incitarla a scaldarsi e strizzava l’occhio continuamente in un muto ma eloquente significato.
La donna, catturata dai suoni e dalla calda tensione, prendeva i lembi del suo grembiule, poi li lasciava cadere, metteva le mani sui fianchi, le alzava per schioccare le dita, si molleggiava sinuosamente, portava le mani tra i capelli, girava in mezzo alla stanza, ora avvicinandosi, ora allontanandosi dall’uomo in un eccitante su e giù. E cantava: «Ballati vucca a vucca, ca la donna luntana, l’omu cucchia». («Ballate bocca a bocca, che se la donna s’allontana, l’uomo si avvicina»).
La «pizzica-pizzica» andava avanti così per molto tempo, finché la donna, spossata, cedeva simbolicamente all’uomo. Oggi, strano ma vero, ci sono scuole di ballo che insegnano la pizzica in tutta Italia, soprattutto al Nord, segno che la tradizione salentina non solo non muore, ma si diffonde anche fuori dai propri confini. Pizzicando, pizzicando…si va lontano.